Pioveva di traverso su Porta Palazzo, e sotto i teloni gocciolanti mi infilavo tra le bancarelle come chi sa già che oggi non ci piove.
Mi ero messo in testa di cucinare una cena di pace per il vicino, ex chef con la lingua affilata, e per far colpo serviva una spesa fatta a ragion veduta.
Dal banco dei pomodori il venditore snocciolava nomi come fossimo all’opera: Cuore di bue, San Marzano, Piennolo; annusai il basilico e scelsi a colpo sicuro, qualunque cosa cucinassi doveva profumare d’estate.
Dal pescivendolo, le alici brillavano come monete appena coniate: "Se me le sfiletta al volo, gliene prendo mezzo chilo", dissi, e lui, senza farla lunga, "Ci mancherebbe, è pesce di notte".
Una signora con il carrello, senza peli sulla lingua, mi soffiò all’orecchio: "Finché luccicano, non badare al prezzo; le alici prendono per la gola anche i furbi".
Più in là, al banco dei formaggi, chiesi un assaggio di toma, che provai con un’ombra di miele di castagno (ci stava a pennello), e il casaro, quasi a benedire la serata, me ne infilò una scaglia omaggio "perché la prima impressione conta".
Alla cassa improvvisata di cassette rovesciate contai gli spiccioli, sperando che mi facesse un prezzo di favore; lui rise: "Figurarsi, ti metto pure il resto in un sacchetto di carta: la plastica qui non se ne parla".
Quando la pioggia tirò il fiato, il sacco mi pesava sul braccio ma il passo si faceva leggero; se non avessi perso quell'ora a chiacchierare, non avrei capito che al mercato si compra anche fiducia.
A casa, mentre marinavo le alici con limone e la menta che la signora delle erbe mi aveva allungato di nascosto, mi parve d’avere Torino in cucina.
Il vicino assaggiò, alzò un sopracciglio e poi sorrise: "Sei stato a Porta Palazzo, si sente", e quella stretta di mano fece il resto, più eloquente di qualunque discorso.