La sessione estiva incombeva e diritto costituzionale mi teneva sveglio più del caffè.
In biblioteca, tra sussurri e fotocopie, marcavo le pagine con post-it colorati come se fossero boe in un mare agitato.
Più studiavo, più mi accorgevo che ciò che non sapevo faceva rumore: un ronzio discreto ma implacabile.
Per non impazzire, avevo imposto un rituale: moka alle sette, riassunti all'alba, domande a raffica prima di pranzo.
La sera, però, la testa faceva muro, e mi sorprendevo a lucidare la scrivania pur di non affrontare i capitoli sulle fonti.
Quando Giulia, compagna di corso, mi propose un ripasso a due, accettai: da solo non tenevo più botta.
Lei sparava esempi concreti, io cucivo collegamenti, e a forza di incastrare concetti la materia si lasciava domare.
La vigilia, con la metro in sciopero, feci i conti con il panico: se avessi perso l’appello, mi sarei mangiato le mani fino a settembre.
Arrivai in aula con il fiatone e le dita inchiostrate, convinto che la commissione mi avrebbe smascherato al primo inciampo.
Invece, quando mi sedetti davanti al prof, le parole vennero a galla come sugheri: articolai le risposte, concedendo pause solo per non bruciare i punti chiave.
Uscendo, il sole di giugno sembrava finalmente dalla mia parte, e capii che studiare non è soffocare il dubbio, ma imparare a fargli spazio senza farsi travolgere.