Nonostante la pioggia sottile di Milano, arrivai davanti all'ufficio con dieci minuti d'anticipo, il badge ancora nella busta di plastica.
La reception profumava di caffè e di stampanti calde, e il portiere mi salutò con quel "Benvenuta, ce la facciamo?" che rompe subito il ghiaccio.
Salendo in ascensore, cercavo di ripassare i nomi dei colleghi che avevo memorizzato la sera prima, come se bastasse ripeterli per non farmi scoprire nuova di zecca.
Nell'open space, Giulia, la mia referente, mi fece strada tra piante finte e post-it colorati, spiegando che qui ci si dà del tu e le riunioni iniziano quando finisce il caffè.
Pensavo di fare una bella figura collegando al volo il portatile, ma la rete aziendale mi respinse tre volte, finché Ahmed, con un sorriso, non mi mostrò la password scritta dietro la macchinetta del caffè.
Da lì, le cose presero ritmo: un onboarding veloce, due presentazioni che sembravano maratone e, in mezzo, quel silenzio operoso che ti fa trattenere il respiro per non disturbare.
Quando Giulia mi affidò il primo compito, una bozza di proposta da inviare entro sera, il coraggio mi mancò per un attimo, come succede quando ti butti in acqua e l'acqua è più fredda del previsto.
Mi misi allora a fare domande puntuali, e scoprii che nessuno qui si aspetta che io indovini, purché non arrivi all'ultimo minuto con le mani vuote.
A pranzo andammo tutti alla tavola calda sotto i portici, dove tra un piatto di lasagne e uno di insalata russa si parlava di meteo, affitti e del derby che divide l'ufficio.
Tornata alla scrivania, rilessi le note e, man mano che ordinavo le idee, la pagina bianca smise di sembrarmi una montagna.
Quando inviai la bozza, Giulia rispose con un "Ottimo inizio, domani la limiamo", e sentii che l'ansia, pur non sparendo, aveva trovato una sedia su cui sedersi.
Uscendo, il campanello del tram e il profumo di panetteria mi fecero pensare che, se ogni primo giorno fosse così pieno ma gentile, ci sarebbe quasi da farne una collezione.